Essere un bambino disabile in una classe di 50 alunni con insegnanti che non riescono a seguire tutti i bambini e tutto quello che avviene significa essere picchiati dai compagni ed essere emarginati.
E’ quello che succede tutti i giorni, più volte al giorno, a Muhammad che ha una disabilità mentale anche se non saprei dire di che tipo e quanto grave. Oggi sono stata a casa sua, al campo profughi di Amari, a Ramallah, per aggiornare la sua scheda del sostegno a distanza e sua madre mi ha raccontato che i compagni lo picchiano e lui non può difendersi. Ho chiesto se gli insegnanti e il preside della scuola fanno qualcosa e lei mi ha detto che gli insegnanti seguono solo i bambini più bravi e non si preoccupano di atti di violenza di questo tipo. Così Muhammad viene picchiato tutti i giorni e non è neppure aiutato a seguire le lezioni, ha già ripetuto un anno e la pagella del primo semestre di quest’anno non è classificabile. Non può andare neppure alle lezioni pomeridiane al Child Club perchè anche lì viene picchiato.
Hamzeh, che vive nello stesso campo profughi di Muhammad, ha invece avuto un incidente d’auto l’anno scorso, si è ferito alla testa e ancora adesso ha problemi: i suoi movimenti sono rallentati e anche la sua capacità di apprendere è limitata. Anche Hamzeh viene picchiato dai compagni, una o due volte alla settimana ci racconta suo padre. Gli insegnanti in questo caso intervengono, addirittura il preside pare, ma sembra che non serva a niente. Hamzeh è poi anche timido di natura, non ha una personalità forte e non sa difendersi da solo. Suo padre vorrebbe fargli fare visite specialistiche, farlo parlare con uno psicologo ma non ha le possibilità economiche.
Mi sono chiesta come starebbero le cose se questo fosse un paese “normale”, semplicemente libero. Molto probabilmente avrebbe le risorse economiche e umane per aiutare questi bambini e le loro famiglie.
I giornali occidentali, giustamente, parlano di quello che sta avvenendo a Gaza, parlano di guerra, quella tradizionale, con le armi, ma questi bambini, anche se non vivono sotto le bombe, vivono in una finta pace, in una guerra silenziosa che da 60 anni condiziona le loro vite.