Il campo profughi di Amari


s6300723-copia.jpgQuasi tutti i giorni vado al campo profughi di Amari, all’entrata di Ramallah, per raccogliere informazioni sui bambini che fanno parte del programma del sostegno a distanza di Terre des Hommes.

La prima tappa è sempre il Child Club dove mi devo incontrare con Youssef, ingegnere di mattina, bibliotecario alla biblioteca del Club il pomeriggio, e mio interprete quando andiamo nelle case dei bambini a fare le domande.

Ormai al Child Club i bambini mi conoscono, soprattutto le femmine, perchè mi fermo sempre un pò a fotografarli e a cercare di capirci, loro in arabo, io in inglese, alla fine a gesti ce la facciamo anche perchè quello che mi chiedono è sempre la stessa cosa: tirare fuori la macchina fotografica e fotografarli in pose da star.

Oggi, quando sono entrata nella biblioteca c’era una tavolata urlante di bambini che stavano colorando, quando mi hanno vista arrivare hanno incominciato a fare un casino incredibile, a battere le mani e ad assalirmi con i loro “hallo” e le strette di mano, poi la grande delusione quando Youssef gli ha detto che dovevo lavorare.

Questi bambini sono fantastici, vivono in un campo profughi, in Palestina, le loro famiglie hanno un passato martoriato, padri, figli e fratelli arrestati o uccisi dagli Israeliani, la maggior parte di loro è davvero povera, nessuno dei due genitori ha più il lavoro, sono perfettamente consapevoli di cosa accade intorno a loro e del perchè vivano in un campo profughi, eppure hanno una gioia, una capacità di divertirsi così immediata che mi lasciano stupita ogni giorno di più.

Essere un bambino disabile in una classe di 50 alunni con insegnanti che non riescono a seguire tutti i bambini e tutto quello che avviene significa essere picchiati dai compagni ed essere emarginati.

E’ quello che succede tutti i giorni, più volte al giorno, a Muhammad che ha una disabilità mentale anche se non saprei dire di che tipo e quanto grave. Oggi sono stata a casa sua, al campo profughi di Amari, a Ramallah, per aggiornare la sua scheda del sostegno a distanza e sua madre mi ha raccontato che i compagni lo picchiano e lui non può difendersi. Ho chiesto se gli insegnanti e il preside della scuola fanno qualcosa e lei mi ha detto che gli insegnanti seguono solo i bambini più bravi e non si preoccupano di atti di violenza di questo tipo. Così Muhammad viene picchiato tutti i giorni e non è neppure aiutato a seguire le lezioni, ha già ripetuto un anno e la pagella del primo semestre di quest’anno non è classificabile. Non può andare neppure alle lezioni pomeridiane al Child Club perchè anche lì viene picchiato.

 Hamzeh, che vive nello stesso campo profughi di Muhammad, ha invece avuto un incidente d’auto l’anno scorso, si è ferito alla testa e ancora adesso ha problemi: i suoi movimenti sono rallentati  e anche la sua capacità di apprendere è limitata. Anche Hamzeh viene picchiato dai compagni, una o due volte alla settimana ci racconta suo padre. Gli insegnanti in questo caso intervengono, addirittura il preside pare, ma sembra che non serva a niente. Hamzeh è poi anche timido di natura, non ha una personalità forte e non sa difendersi da solo. Suo padre vorrebbe fargli fare visite specialistiche, farlo parlare con uno psicologo ma non ha le possibilità economiche.

 Mi sono chiesta come starebbero le cose se questo fosse un paese “normale”, semplicemente libero. Molto probabilmente avrebbe le risorse economiche e umane per aiutare questi bambini e le loro famiglie.

I giornali occidentali, giustamente, parlano di quello che sta avvenendo a Gaza, parlano di guerra, quella tradizionale, con le armi, ma questi bambini, anche se non vivono sotto le bombe, vivono in una finta pace, in una guerra silenziosa che da 60 anni condiziona le loro vite.